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Se in Sicilia a sciogliere i Comuni (alcuni almeno) ‘per mafia’ è il partito mafioso delle discariche

Approvata dalla Commissione Antimafia dell’Ars la relazione sulla gestione del ciclo dei rifiuti. Tra i tanti citato il Comune di Scicli punito per avere ostacolato gli affari della cricca

(16 aprile 2020)

Il voto è stato unanime, dopo 52 audizioni e l’analisi di migliaia di documenti. La Commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana, presieduta da Claudio Fava, ha approvato la relazione conclusiva dell’inchiesta sul ciclo dei rifiuti in Sicilia.

Un quadro fosco in cui a manovrare le leve dello Stato spesso sono le cricche criminali, come quella che fa capo ad Antonio Calogero Montante.

“La gestione del ciclo dei rifiuti in Sicilia – si legge – rappresenta un terreno di storica interferenza tra interessi privati e pubblica amministrazione. Negli ultimi vent’anni funzione politica e ragione d’impresa si sono spesso incrociate lungo un piano inclinato che ha mescolato inerzie, inefficienze e corruttele. La governance regionale sul ciclo dei rifiuti è stata spesso ostaggio di un gruppo di imprenditori che hanno rallentato, anche per responsabilità di una politica compiacente, ogni progetto di riforma che puntasse a un’impiantistica pubblica, con la conseguenza che l’unico esito possibile dell’intero ciclo resta oggi il massiccio conferimento in discariche private”.
Da questo è partita l’indagine della commissione presieduta da Claudio Fava per capire come sia stato possibile “appaltare le decisioni strategiche su raccolta e smaltimento dei rifiuti ad un governo parallelo stabilmente presidiato da interessi privati e persino (in alcuni casi, non episodici) dalle ingerenze della criminalità mafiosa, come sottolineato dall’allora procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato”.
Le conclusioni? Il settore necessita di una svolta netta. “Si è percepito – si legge nel documento dell’Antimafia – il vassallaggio a cui è stata costretta in questi anni la funzione amministrativa, con procedimenti sensibili di cui pochi o nessuno avevano contezza, dirigenti delegati solo ad apporre la loro “firmetta”, giunte di governo spesso distratte o condizionate da presenze istituzionali esterne alla Regione”.
“Emerge – recita la relazione nelle sue conclusioni – una governance troppo spesso ostaggio di un gruppo di imprenditori che hanno rallentato, anche per responsabilità di una politica compiacente, ogni progetto di riforma che puntasse a un’impiantistica pubblica”. Aggiunge Fava: “Le responsabilità dei governi e dell’amministrazione regionale sono gravi”. “Abbiamo ascoltato presidenti, assessori che per vent’anni, con pochissime eccezioni, hanno di fatto abdicato alla loro funzione di indirizzo politico, rendendosi invece disponibili ad un sistema di interferenze e di sollecitazioni che ricordano le vicende legate al sistema Montante”.
All’indagine la Commissione Antimafia ell’Ars ha dedicato trentuno sedute, dall’8 ottobre 2019 al 26 febbraio 2020, acquisendo dalle D.D.A. siciliane e dalle altre procure siciliane tutti gli atti giudiziari ostensibili. Cinquantadue le audizioni svolte a cui vanno aggiunte le audizioni con i cinque Comitati civici e con i rappresentanti degli ex lavoratori dell’Ato2 di Palermo. Tutti gli invitati hanno accettato l’invito della commissione, tranne l’ex assessore regionale Salvatore Calleri.
C’è un refrain costante nella storia dei disastri dei rifiuti in Sicilia. È la parola d’ordine che ha consentito tutto, sempre. Emergenza. “Uno dei temi più ricorrenti della presente inchiesta è rappresentato dall’incidenza dell’aspetto emergenziale su quello che è stato – e che continua ad essere – l’approccio strategico al tema della gestione dei rifiuti in Sicilia”, si legge nella relazione. Che parla di “emergenza costante”. Un leit motiv che va avanti dal 1999 in Sicilia.

Quella dei rifiuti in Sicilia è la storia di grandi affari. La commissione parte da quello dei quattro mega inceneritori, risalenti all’era di Totò Cuffaro, che mai videro la luce. Una gara dietro la quale sembra esserci, come hanno scritto negli anni anche i giudici amministrativi (il Tar di Palermo nel 2013), un tavolino spartitorio. Dice l’ex assessore Pier Carmelo Russo ai commissari: “Un numero fattoriale è un’equazione che si usa per stimare il calcolo delle probabilità. Sa quante possibilità c’erano che la gara potesse andare così com’è andata? Una su 949.173.615.Tanto per dare un’idea, le possibilità di vincere il superenalotto sono una su 622 milioni”.
L’inchiesta si sofferma anche sulla stagione degli ampliamenti delle discariche private (Sicula Trasporti, Cisma, Catanzaro, Oikos, TirrenoAmbiente). Questa risale ai governi di Raffaele Lombardo. “Parliamo di autorizzazioni – per ampliamenti e per nuovi impianti – per quasi sette milioni di metri cubi. Che valevano oro”, si legge nella relazione. Il pubblico non realizzava impianti, non si faceva differenziata, i rifiuti finivano a valanga nelle discariche private consentendo enormi guadagni agli oligopolisti. E la politica? Ci sono ex assessori regionali che raccontano alla commissione di avere appreso dai giornali delle autorizzazioni. In questo contesto si inquadrano anche i conflitti tra l’assessorato ai Rifiuti e quello al Territorio e Ambiente, caratterizzato secondo la commissione da una lunga stagione di mala gestio (e che com’è noto è stato al centro anche di clamorose inchieste giudiziarie). L’indagine si sofferma pure sulle difficoltà incontrate dall’allora assessore ai Rifiuti Nicolò Marino quando la giunta si mosse per realizzare delle discariche pubbliche (tre impianti), incontrando la contrapposizione della Confindustria siciliana e ostacoli anche politici. La commissione rammenta anche il risultato del lavoro della commissione insediata dallo stesso Marino che esaminò le autorizzazioni alle discariche private, rilevando “una serie di irregolarità procedurali che non possono essere ascrivibili esclusivamente ad eventuali condotte illecite ma che vanno semmai ricercate in una più diffusa, e mal vigilata, distrazione generale”.
C’è un aneddoto significativo raccontato dall’ex assessore regionale al ramo Vania Contrafatto, relativo al passaggio di consegne col predecessore Salvatore Calleri. “Il mio primo ingresso all’assessorato fu il 9 o il 10 di dicembre 2014 – racconta l’ex assessore palermitana -. Mi ricordo che mi stupì il fatto di trovare la stanza dell’assessore totalmente vuota, cioè non c’era una carpetta, un foglio, non c’era assolutamente nulla… è rimasto agli atti questo famoso armadietto che era nella stanza antistante quella dell’assessore… venne trovata la chiave, abbiamo aperto questo armadietto e ci abbiamo trovato solo il registro riservato che era quello degli atti riservati quelli che non venivano protocollati con non più di un paio di missive…”. Contrafatto riporta di non avere “trovato traccia di attività amministrativa di Calleri”. È una stagione di conflitti anche interni alla giunta. “Crocetta mi esautorò del tutto… – ha riferito Contrafatto – veniva in assessorato e si andava a sedere al decimo piano nella stanza del dirigente generale e lì faceva le riunioni, come se fosse lui il dirigente generale”. E con Crocetta, almeno in una circostanza, si presentava anche il senatore Beppe Lumia.
A lungo poi la relazione si sofferma sui fatti oggetto del’inchiesta giudiziaria che ruotava attorno a Oikos e al funzionario regionale Cannova. Una storia di corruzione emblematica. Mentre in un altro lungo capitolo ci si sofferma sulle vicende della discarica di Siculiana dei Catanzaro, ricostruendo i fatti che portarono allo scioglimento del Comune e soffermandosi anche sul ruolo di Giuseppe Catanzaro in Confindustria (era il vice di Antonello Montante). Si analizzano anche i casi delle discariche di Lentini e soprattutto di Melilli. E poi c’è la storia ragusana dell’Acif che si incrocia con lo scioglimento per mafia di un altro comune, quello di Scicli: anche in questo caso, come a Siculiana e a Racalmuto, sulla base di accuse che non reggeranno al tempo.
Un altro capitolo della relazione si occupa delle infiltrazioni mafiose, presunte o accertate, nel sistema dei rifiuti. È per lo più un mini-compendio di inchieste giudiziarie. I casi sono molti e riguardano un po’ tutta la Sicilia. E si citano anche gli episodi di scioglimento di Comuni in Sicilia ascrivibili alla questione rifiuti.
E dopo 144 pagine si arriva al grande buco nero della raccolta. Un abisso su cui la commissione si affaccia rapidamente, dedicando a questo gigantesco business che ruota attorno ai comuni una manciata di pagine. Poche ma interessanti e piene di numeri. La commissione ricorda che “è proprio in questa peculiare fase del ciclo dei rifiuti, come evidenziato nelle delibere dell’ANAC e nella Relazione Bratti, che si possono inserire interessi criminali o comunque illeciti, condizionando in tal modo l’autonomia negoziale dell’amministrazione pubblica”. Grazie alle procedure emergenziali, ancora loro, i Comuni ricorrono a forme speciali, come agli affidamenti in proroga. Dall’analisi dei dati forniti si è arrivato ad un censimento di 381 comuni sui 390 della regione: “Resta motivo di preoccupazione – si legge nella relazione -la situazione di quegli enti, non pochi, che – nelle more delle gare o interessati da procedure di emergenza – procedono ancora ad affidi diretti dei servizi: alla data del 27 febbraio 2020, si tratta di 116 Comuni siciliani (tra cui anche quelli di Catania e di Siracusa)”.

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