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Ago, filo e libertà: la sartoria sociale della Proxima

Così si cuce la nuova vita delle donne vittime della tratta

Riproponiamo un articolo uscito su La Sicilia alcuni giorni fa:

di Carmelo Riccotti La Rocca

«Questo laboratorio mi sta aiutando molto a capire come lavorare con la macchina da cucire, ma anche come comportarmi qua in Italia». Mercy parla un italiano stentato, ma ci tiene a dire che all’interno della Cooperativa Proxima si sente a casa. Ha 32 anni ed è la più “anziana” a frequentare il laboratorio di sartoria sociale promosso dalla storica cooperativa di Ragusa che da decenni si occupa di tratta. In questo momento sono 5 le ragazze che seguono il laboratorio, tutte provenienti dalla Nigeria ed ognuna di loro ha ovviamente una propria storia alle spalle. Quella di Mercy è di una ragazza che sei anni fa ha deciso di partire per un sogno chiamato Italia. Lo schianto con la nuda e cruda realtà lo ha avuto a Reggio Calabria, dove è approdata, poi è arrivata a Milano per finire finalmente accolta tre anni fa dai componenti della Cooperativa ragusana. «L’Italia mi piace – conclude Mercy – è qui che voglio stare e lavorare». E chissà che la 32enne nigeriana un giorno non possa fare proprio la sarta grazie agli insegnamenti di Letizia Blandino, responsabile del laboratorio di sartoria sociale, un progetto che ha avuto vita nel 2017 e che ha aiutato tante donne non solo a conoscere le tecniche del mestiere, ma anche ad integrarsi nella società.

Letizia Blandino insegna l’arte del cucire

«Quella della sartoria sociale – spiega Letizia – è un’attività che viene inserita all’interno dei programmi di protezione della Cooperativa Sociale Proxima. Nasce dall’idea di poter dare la possibilità alle ragazze di cimentarsi in qualcosa che potesse appassionarle particolarmente. Abbiamo quindi pensato di dare vita al laboratorio che dà la possibilità alle nostre beneficiarie di conoscere le tecniche sartoriali, ma anche di seguire una costante formazione per apprendere come utilizzare al meglio gli strumenti come, ad esempio, la macchina da cucire e il carter, le forbici, ago e filo ecc. Ma ovviamente non è tutto qui: la cosa importante è che il laboratorio rappresenta un momento di condivisione tra le ragazze. In quei frangenti, infatti, condividono idee, esperienze, quindi si sentono più unite». Il laboratorio di sartoria sociale rientra in un progetto molto più ampio di crescita e che culmina quando le ragazze avranno acquisito una propria autonomia. Questo percorso si delinea in 3 step: nel primo le ragazze sono sotto costante protezione, nel secondo si lavora all’apprendimento finalizzato a renderle autonome e nel terzo step le ragazze vengono inserite in una struttura all’interno della quale conducono una vita da indipendenti, ma di certo non manca il supporto degli operatori. Il laboratorio di sartoria rientra nel secondo step: «Il laboratorio– ci spiega ancora Letizia Blandino- aiuta le nostre ragazze ad esempio a capire anche come si sta in un luogo di lavoro, perché ovviamente la loro cultura è differente dalla nostra. Un’altra cosa importante è che, da questo laboratorio, le ragazze hanno dei ricavi dalle vendite e imparano anche il rispetto dell’ambiente.

Uno dei manufatti realizzati all’interno della sartoria sociale

Una delle tecniche utilizzate, infatti, è quella del patchwork, che consiste nel cucire parti di tessuti diversi per ottenere delle creazioni artigianali uniche. Appoggiando una cultura del riuso attraverso il riciclo creativo di tessuti, trasformiamo scarti tessili in vere e proprie risorse, creando originali manufatti per la persona e per la casa, con un occhio sempre attento all’etica ed all’ecologia». Chi compra le opere realizzate all’interno del laboratorio, e lo può fare tramite e-commerce o andando presso il punto vendita di Ragusa (sito negli orti sociali) – premia quindi un progetto etico

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